Rifugio Lavarella e Parco di Fanes

Abbiamo deciso di passare un capodanno sportivo che ci permettesse anche di goderci la wilderness non troppo distante da casa. Così abbiamo preparato gli zaini per una settimana e ci siamo fatti prestare due paia di ciaspole per partire verso il Parco di Fanes, tra le Dolomiti del Trentino.

La nostra meta è stata il Rifugio Lavarella (2050 m), raggiungibile con una camminata di due ore partendo dall’ultimo rifugio raggiungibile in macchina, il Rifugio Pederü. Abbiamo quindi raggiunto il Rifugio Pederü nel primo pomeriggio, dove abbiamo lasciato la macchina per la settimana (parcheggio gratuito) e abbiamo iniziato la salita verso il Lavarella, nel cuore del Parco di Fanes.

Questa sezione può essere utile per altri post centrati su viaggi e fauna selvatica.

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Il sentiero per salire è pulito e ampio ed è facile percorrerlo anche con gli zaini in spalla. I rifugi offrono la possibilità di salire tramite gatto delle nevi ma abbiamo preferito lasciarci la pigrizia alle spalle. Il percorso dovrebbe richiedere due ore ma, pur con i bagagli, la fretta ci ha fatto letteralmente correre su in poco più di un’ora: volevamo arrivare prima del tramonto, circa alle 16.30.

Siamo stati accolti da caldi sorrisi e biscotti fatti in casa, il primo assaggio della gentilezza infinita della famiglia che gestisce il Rifugio Lavarella. Un breve passaggio nella nostra cameretta doppia, piccolina ma accogliente, e dritti verso la doccia calda, sempre disponibile nei bagni comuni. Il Rifugio ha anche una sauna in botte prenotabile con 10 euro.

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Il Rifugio Lavarella, quando siamo arrivati attorno alle 16.30 – era più buio di quanto sembri

La prima cena, a menù fisso diverso ogni giorno per il sistema di mezza pensione che abbiamo scelto, è stata abbondante e decisamente appagante. Le ricette sono quelle tradizionali e tutto è fatto con ingredienti locali e a mano dai gestori che sono anche disponibili ad adattarsi alle esigenze alimentari di ognuno, se solo avvertiti con un po’ di anticipo.

Le nostre giornate sono iniziate con abbondanti colazioni e escursioni mattutine, seguite da un pranzo in rifugio e un pigro pomeriggio per riprenderci dalle ciaspolate dai ritmi folli. Cena, qualche chiacchiera con gli altri ospiti del rifugio e grandi dormite. Siamo stati coccolati ad ogni cena, ogni volta preparata con cura e, nonostante il nostro trattamento a mezza pensione, inclusiva di antipasto, primo, secondo con contorno e dolce. Dovendo cercare l’ago nel pagliaio, con l’aumentare della gente i tempi tra una portata e l’altra si sono piuttosto allungati (e, sarà stata una mia impressione, la dimensione dei dolci è diminuita) ma ho davvero solo ricordi più che positivi sulla nostra esperienza sia culinaria che –soprattutto- umana al Rifugio Lavarella.

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Ogni mattina, i gestori dispensavano consigli sulle condizioni meteo e sulle escursioni migliori – sono stati utilissimi per orientarci e sempre disponibili. Quasi sempre, all’andata, abbiamo incrociato la temeraria Anna –che ci ha seguiti con incredibili pazienza e gentilezza, dalla prenotazione all’arrivederci- di ritorno dalle sue corse mattutine sulla neve.

I percorsi accessibili dal rifugio sono circa 6, per 6 giornate in mezzo alla natura. Sui percorsi scoscesi, alcuni dei quali accessibili solo se ben allenati ed esperti, abbiamo incontrato camosci e volatili bianchi come la neve di cui ho scordato di chiedere il nome (qualche aiuto per identificarli?) oltre che orme di lepri, volpi e ungulati.

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Qualcuno riesce a identificare la specie?

Sono presenti almeno un paio di percorsi accessibili a tutti mentre altri richiedono maggiore attenzione. Nulla è risultato impossibile però, pur essendo la prima volta per me in un ambiente innevato e con le ciaspole ai piedi. Con una buona preparazione fisica e/o una buona guida, è possibile godersi anche i percorsi più ripidi ed esposti.

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Sicuramente sono stati 6 giorni di buon allenamento, avendo cercato di far rientrare ogni escursione in circa 3 ore nonostante il dislivello, una giornata di forte vento e difficoltà tecnica. Volendo usare le nostre tempistiche come benchmark, c’è da tenere a mente che, pur non avendo esperienza sulla neve, ci alleniamo tutto l’anno e non abbiamo fatto quasi nessuna pausa nei nostri percorsi.

Una cima in particolare è stata più complicata, con una salita scivolosa e dai fianchi ripidissimi, un intermezzo ghiacciato per il quale abbiamo rimpianto di non avere dei rampini e un tratto di ghiacciaio spazzato dal vento. Abbiamo raggiunto un avamposto austriaco usato per difendere il territorio dalle truppe italiane.

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Verso l’avamposto

Un’altra escursione tipica è quella del passo alle spalle del Rifugio. La parte più divertente è sicuramente la discesa che abbiamo completato con velocità vertiginosa lanciandoci di pancia o sedere per scivolare sulla neve della ripida gola. Ne è decisamente valsa la pena.

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Sul fianco più ripido, si può individuare il sentiero per il passo. Siamo scesi scivolando giù per la valle in ombra, altamente consigliato!

Il bello di essere stati tra i primi ad arrivare nella stagione invernale è che abbiamo trovato gran parte dei sentieri non ancora tracciati per via della neve. Abbiamo quindi potuto individuarli e segnarli in autonomia – non senza perderci svariate volte. Sicuramente il caso più eclatante è stato quando abbiamo completamente perso ogni forma di segnaletica, sommersa dalla neve, e ci siamo spinti fino sulla cresta delle vette dalla parte opposta della valle per poter capire la giusta direzione. Dei poveri escursionisti si sono decisi a seguire le nostre tracce, purtroppo fuorvianti, per poi tornare sui propri passi dopo aver faticato fino alla vetta sbagliata, probabilmente inviandoci qualche maledizione. Ma si sono arresi troppo presto: dopo svariate deviazioni, siamo riusciti a chiudere il sentiero vagando tra neve e vento, tornando giusto in tempo per chiedere ad Anna una cioccolata bollente.

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In cima, causando dispersi

L’ultimo giorno non abbiamo sprecato l’occasione di noleggiare degli slittini e scivolare dritti fino al parcheggio del Rifugio Pederü, tra gare di velocità, il cercare di evitare i gatti delle nevi in risalita e impantanamenti nella ghiaia.

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Per concludere, sono stati 6 giorni di natura, stanchezza e bellezza. Mi pento un po’ di non aver dedicato più tempo in passato alle montagne e alla natura italiana e siamo perfino riusciti a goderci un po’ della fauna selvatica locale. Se siete più esperti di me, non esitate a condividere consigli e destinazioni tra i nostri confini – e provate il Parco di Fanes!

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